THIS IS NOT AN EXIT

“L’odore del sangue penetra nei miei sogni, che sono, nella maggior parte dei casi, terribili: un transatlantico in fiamme, l’eruzione di un vulcano alle Hawaii, la morte violenta di quasi tutti gli inside trader della Salomon, James Robinson che mi dà una fregatura, io che torno al collegio, e poi a Harvard, e morti che camminano per strada. I miei sogni sono un’infinita serie di incidenti d’auto e disastri aerei, sedie elettriche e macabri suicidi, siringhe e pin up mutilate, dischi volanti, jacuzzi di marmo, granelli di pepe rosa. Quando mi sveglio in un bagno di sudore freddo sono costretto ad accendere il televisore a megaschermo per coprire i rumori provenienti da chissà quale cantiere aperto ventiquattrore su ventiquattro. Un mese fa c’è stato l’anniversario della morte di Elvis Presley. Scorrono le immagini di incontri di football, col volume tenuto al minimo. Sento scattare la segreteria telefonica, una volta, due. È tutta l’estate che Madonna urla: – Life is a mistery, everyone must stand alone…”

Punto di partenza: ho sempre rifiutato la visione dell’adattamento cinematografico di American Psycho. Christian Bale nei panni del protagonista, Patrick Bateman, può risultare davvero azzeccato. Da un punto di vista strettamente personale preferisco immaginare Bateman con il faccione yankee dell’autore, Mister Bret Easton Ellis. In varie interviste lo stesso Ellis ha dichiarato che Patrick Bateman gli è stato ispirato dalla figura del padre, Robert. Come confessa anche nelle prime pagine di quel mirabolante gioco di specchi che è Lunar Park, pubblicato nel 2006.

A me piace immaginarlo come nella foto che lascio a fine post/recensione.
Ellis = Bateman. Anche qui un altro gioco di specchi. Stranger Than Fiction.
American Psycho, come lo definisce Giuseppe Culicchia in quarta di copertina, è un romanzo terribile e comico allo stesso tempo.
Culicchia ha tradotto il romanzo di Ellis in maniera esemplare, dopo la raffazzonata traduzione della Bompiani, targata anni novanta.
Simon & Schuster, editore di Ellis per Less Than Zero e The Rules Of Attraction, ritardò (forse ad marketing) l’uscita del romanzo a causa di alcune scene pubblicate su alcune riviste che suscitarono l’indignazione di numerose associazioni femminili e difesa dei diritti delle donne. In Germania venne messo all’indice e pubblicato solo nel 2001.

Il pezzo virgolettato a inizio post/recensione è il principio del capitolo Fine degli anni ’80 e credo che esprima al meglio la vera epifania, la reale rivelazione dell’intero romanzo. Incubi, ossessioni, musica, New York. Sangue. Litri di sangue.
Il romanzo narra la vita di Patrick Bateman, giovane e ricchissimo yuppie che vive a Manhattan e lavora, va senza dire, a Wall Street. Ellis descrive l’esistenza gelida e vuota di Patrick che in maniera compulsiva riempie le giornate di sedute dall’estetista, in palestra, cene e aperitivi nei locali più esclusivi di Manhattan. Strisce di cocaina di cui Patrick vede solo l’inizio ma non la fine fanno da contorno agli incontri con i colleghi Price, Van Patten e McDermott. La fidanzata, Evelyn Richards lo adora, così come Jean, la segretaria.

Di lavoro se ne vede poco, tra le pagine. La dorata esistenza di Patrick è solo un modo per cercare di affrontare il gelo interiore che pervade il protagonista. Ossessionato da tutto e tutti. Dal ristorante Dorsia, dove non riesce mai a prenotare un tavolo. Dai biglietti da visita. Dai marchi, brand e griffe che incorniciano i corpi delle persone che lo circondano. A malapena riconosce il viso di chi gli sta intorno, occupato a enumerare le marche di scarpe e vestiti.
La videocassetta di Omicidio a luci rosse di Brian De Palma, vista per ben trentasette volte di seguito. Il Patty Winters Show, talk-show che scandisce con inutili idiozie le mattinate di Patrick.

Bateman è solo un povero imbecille. Una caricatura. Crede di essere il più bello, il migliore, più in gamba di tutti. Mezzo impotente, riesce a farselo rizzare solo a botte di cocaina e film porno.
I dialoghi con i colleghi e le persone che incontra sfiorano il ridicolo. Il talento comico di Bateman è innato. Una comicità involontaria. Per fare un esempio, a una festa di Natale esce fuori dal locale e parla all’autista di una limousine, che lo tratta come un coglione. Bateman si accorge di essere vestito di tutto punto ma si è dimenticato di avere attaccate in fronte un paio di corna di renna. Finte.
Oppure quando incontra Tom Cruise in ascensore ma fa confusione riguardo i film interpretati dall’attore.
Incontri con altri belli e famosi ce ne sono in vari momenti del romanzo: come al concerto degli U2, con un surreale dialogo con il cantante Bono Vox.
La musica, gli hi-fi ipertecnologici, le videocamere sono un’altra ossessione del nostro anti-eroe. Con la sensibilità e il piglio di un giornalista musicale, Bateman-Ellis scrive tre capitoli dedicati ad altrettanti artisti della scena musicale pop-ular anni ottanta: Whitney Houston, Genesis e Huey Lewis & The News. La lucidità con cui affronta gli argomenti musicali rafforzano sempre più l’idea, nel lettore, che Bateman stia uscendo fuori di testa.

Colpa della cocaina? Colpa della palestra? Della pornografia? Del denaro? Della città in cui vive?
New York appare agli occhi di Patrick come un inferno di palazzi giganteschi, di persone che non si fermano di fronte a niente e nessuno, di barboni, tanti, troppi barboni che puzzano e chiedono l’elemosina a ogni angolo di strada, mille luci e altrettante ombre che gli affastellano il cervello saturo di cocaina. Bateman non distingue reale e irreale. Iper-reale è la parola d’ordine, nel suo vocabolario. Una New York da incubo, una città enorme dove Patrick, in lacrime, urla singhiozzando Voglio soltanto essere amato!

La solitudine. Jean, la segretaria, potrebbe salvarlo. Patrick sogna di correre con lei, a Central Park, in una giornata di sole. Una felicità essenziale, semplice, che potrebbe portarlo fuori dall’incubo a occhi aperti che vive ogni giorno.
Pazzia, o meglio follia omicida che lo conduce verso il baratro. Bateman pian piano comincia a uccidere barboni, bambini e ragazze squillo, in un crescendo wagneriano che arriva fino all’orrore puro.
Gli omicidi efferati di diciotto persone e le relative, lucide descrizioni, occupano solo quaranta delle quattrocento pagine del romanzo. Sono quelle che hanno portato scompiglio tra addetti ai lavori e non.
Patrick squarta, mutila, decapita, scrive col sangue sui muri di casa, conserva teste nel frigorifero, divora interiora umane, si cosparge di sangue con cui inzacchera le lenzuola del letto, prova addirittura a cucinare e mangiare una ragazza, una delle tante squillo (ora escort) che si porta a casa.
In una delle scene migliori (o peggiori) del romanzo, dopo aver fatto a pezzi una ragazza, decapita l’altra e, finalmente contento di avere una bella erezione, si porta attaccata all’uccello la testa, leggera, della malcapitata.
Le scene horror sono talmente abominevoli che, come in film quali Evil Dead, conducono chi legge a risate isteriche.

Ellis si è documentato su testi di criminologia per creare, con Bateman, il perfetto Serial Killer Letterario. Verrebbe da dire: il più bel Serial Killer Di Tutti i Tempi.
Alla fine ci si chiede: Bateman compie davvero tutte quelle atrocità? O è solo un modo per farsi notare? I cinesi della lavanderia dove porta a lavare vestiti e lenzuola non dicono nulla, così come la governante che gli pulisce casa da cima a fondo.
Patrick vuole essere amato, vuole essere notato e quindi o è un mitomane o è davvero il Serial Killer Per Eccellenza.

Donald Kimball, un detective, lo interroga e nonostante tutti i tentativi di confessione da parte del protagonista lascia cadere tutte le accuse. La scena è precisa, realistica, quasi cinematografica.
Patrick è sempre più annebbiato. Fuori di testa. Gli sembra di rivedere una delle sue vittime. Si porta un mitra Uzi in palestra. Colleziona vagine.
Intanto gli anni ottanta volgono al termine, ed Ellis ha così scritto ilDe Profundis di un intero decennio.
Mitomane, Serial Killer, Ritratto Perfetto di un Imbecille, Patrick rappresenta null’altro che il Capitalismo Imperante in una versione non solo metaforica, ma caricaturale. Anni ottanta dorati e bui allo stesso tempo.
Un sistema, quello capitalistico, che divora e distrugge tutto quello che non è omologato, catalogato o griffato. Una perfetta macchina di morte come lo sono solo i killer seriali.

Ellis ha dipinto, con American Psycho, tutto quello che ha odiato in un’epoca dove tutto era permesso a concesso a una classe sociale che possedeva il denaro, per permettersi qualunque follia e oscenità. Un’oligarchia vuota e pericolosa. Che non è cambiata, negli ultimi venti anni. Che spende guadagni faraonici in modi assurdi. Danneggiando anche il pianeta e riproponendo ciclicamente il problema etico della giustizia distributiva ed ecologico della sopravvivenza dello stesso pianeta Terra.
La metafora sociale e politica di Ellis non è mai tramontata. Patrick Bateman smetterà mai di uccidere?

[immagine reperita dal web]

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IL BUIO DENTRO

James Frey e Andrea Pazienza.
Ecco i due nomi che hanno illuminato la mia mente, dopo aver letto “Viaggio nella notte”, quinta prova narrativa di Massimiliano Santarossa, con Hacca edizioni.
Dopo aver staccato gli occhi dall’ultima riga. Dall’ultima parola.
Un romanzo, quando appartiene alla vera letteratura, emoziona e permette di tracciare, spesso, invisibili fili rossi tra opere differenti, nel tempo e nello spazio.
“Viaggio nella notte” è un percorso attraverso il buio, un buio dentro, che è poco e male illuminato dai ricordi, quando non è nerissimo.
James Frey.
Autore che ho conosciuto proprio grazie a Massimiliano. Frey, autore americano che ha scritto il potente “In un milione di piccoli pezzi”, resoconto in parte biografico del tentativo del protagonista, dal nome James Frey, di uscire dalla dipendenza di alcol e crack; una storia potente, che alla fine racconta il calvario, il viatico di tutte le dipendenze che possono definirsi tali.
Frey utilizza uno stile minimalista, asciutto, scarnificato; Massimiliano amplifica questo minimalismo, lo trasforma in una preghiera disperata e laica, in un’elegia del passato perduto e del presente intollerabile. Senza futuro, o redenzione.
Andrea Pazienza.
Il geniale fumettista e pittore di San Severo, trapiantato a Bologna e scomparso nel 1988, aveva raccontato un pozzo di disperazione con il terribile e bellissimo “Pompeo” (Gli ultimi giorni di Pompeo, fino all’estremo), narrando in disegni la personale esperienza con l’eroina del disperato e delicato Pompeo, uno dei tanti giovani che negli anni ottanta non avevano nome ed erano rappresentati solo da cifre statistiche, come spiegato da Vincenzo Mollica nella prefazione all’albo a fumetti.
Il protagonista di “Viaggio nella notte” non ha nome, è L’Uomo Senza Volto, come rappresentato da Maurizio Ceccato nella copertina al romanzo. Li ho visti come due lontani cugini, nel mio personale immaginario, un figlio incompreso e perduto degli anni Ottanta, l’altro figlio perduto e macinato dalla vita e dalla fabbrica negli Anni Zero. Vent’anni a separarli, ma una stanza nera a unirli.
Massimiliano racconta con lucidità i pensieri dell’Ultima Giornata dell’Uomo Senza Volto.
Pensieri che si sono stampati nella mia testa con lo scandire delle ore dei capitoli. L’Uomo Senza Volto lavora il suo ultimo giorno nella Fabbrica, e vive il resto della giornata tra ricordi colorati o in bianco nero, incrociando personaggi ai margini, come Lui, in un mondo periferico del NordEst italiano che potrebbe essere Manchester, Leeds o Edimburgo.
I capitoli migliori. Ore 7:00 e Ore 7:30. L’Uomo Senza Volto nel ventre della balena di cemento, la Fabbrica di materie plastiche, a contatto con i macchinari che lo vogliono, lo consumano. Poi l’uscita dalla Fabbrica, verso il Supermercato, in una catena anti-alimentare.
Produci. Consuma. Crepa.
Work. Buy. Consume. Die.
Ore 16:30. Il non-colore dei pensieri e della periferia diventa un caleidoscopio di colori della morte. Nero. Azzurro. Verde. Rosso. Blu. Bianco. Morte. Morti. La Morte. La Bieca Mietitrice.
Poi. Ore 19:00. I dieci comandamenti, recitati dall’Uomo Senza Volto, in una preghiera personale e senza speranza, verso un dio che è muto, nuragico, granitico.
E poi. La non ora. L’incubo.
Fino all’estremo.
Per rendere noi lettori migliori. Per migliorarci.
Grazie, Max.

 

 

[Immagine presa dal web]

JOHN TITOR. DAL 2036.

Robbo inaugura il blog con una citazione sui viaggi nel Tempo, collegandosi al concerto dei Titor, che ho visto lo scorso 9 settembre.
I Titor [Sabino/voce; Sandro/chitarra; Francesco/basso; Giuseppe/batteria] si muovono tra rock, punk e hardcore con un disco, “Rock is back” che contiene nove tracce e si ascolta come un unico urlo anthemico che mi ricorda gli Anthrax di “Among The Living” corretti e velocizzati da “Persistence Of Time”.
Chapeau. Era da qualche tempo che non ascoltavo musica così energica. Energetica.
E prendono il nome da un misterioso personaggio, un internauta e crononauta senza identità che affermava di venire dall’anno 2036.
A me i viaggi nel tempo mi hanno sempre affascinato. Viaggiare nel passato, nel futuro, in mondi paralleli alla nostra realtà. Ecco perché l’epigrafe qui a lato di T.S.Eliot.
Il mondo futuro preconizzato e narrato da John Titor un po’ spaventa, ma affascina al contempo. A me piace immaginare che John Titor abbia distorto il continuum spazio temporale, cambiando il naturale corso degli eventi nella nostra realtà attuale; diversa, forse, da quella parallela da cui lui proviene.
E il romanzo, il secondo, cui sto lavorando in sessioni di studio matto e disperatissimo avrà come tema i viaggi nel tempo.
Che sono l’esperienza più bella che vorrei compiere.
E la scrittura, spesso, me lo permette.

[Dal 2036]

[Immagine presa dal web]